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I CAPOLAVORI ALL'ASTA NELL'ULTIMO SECOLO

I CAPOLAVORI ALL'ASTA NELL'ULTIMO SECOLO - IL CORRIERE BLU


LE TRE GRANDI ASTE TENUTE A NAPOLI NELL'ULTIMO SECOLO.

 

UNA VENDITA ALL’ASTA MEMORABILE

di Achille della Ragione

 

A Napoli nell’ultimo secolo si sono tenute tre grandi aste.

La prima, che disperse la collezione Tesorone, è avvolta nella leggenda perché nel catalogo senza immagini vi sono soltanto i nomi dei dipinti, quasi tutti di autori importanti, a volte senza neppure le misure, e nulla sappiamo della loro destinazione.

Gli acquirenti sono rimasti ignoti e da allora molte opere fondamentali per una ricostruzione della pittura napoletana sono letteralmente scomparse.

Una seconda asta memorabile avvenne nel 1940 con la vendita della prestigiosa collezione Doria D’Angri, ricca di capolavori degni di un museo, che ebbe tra gli acquirenti Achille Lauro, che si accaparrò i pezzi più prestigiosi, ad uno dei quali si affezionò in maniera particolare.

Prima di ritornare a Don Achille, vogliamo sottolineare che tra i dipinti della facoltosa famiglia vi era anche il celebre “Martirio di Sant’Orsola”, l’ultimo lavoro di Caravaggio, all’epoca erroneamente attribuito a Mattia Preti: un errore clamoroso, che la dice lunga sull’occhio esperto di alcuni studiosi, che per decenni non si sono avveduti, a parte dello stile inconfondibile, della presenza nel dipinto dell’autoritratto del Sommo Maestro. Al compianto professor Giuliano Briganti, grande esperto d'arte, sporadicamente consultato dal Comandante in occasione dell'acquisto di qualche dipinto importante, siamo debitori del racconto di un morboso rapporto che don Achille ha vissuto per decenni con un quadro della sua celebre collezione: una splendida “Madonna con Bambino e San Francesco”, assegnata a Bernardo Strozzi, proveniente dall’asta della collezione Doria D'Angri, ricca, oltre che del Caravaggio sopra citato, anche di un Van Dyck e di una  favolosa serie di sette arazzi appartenuta al Re Sole, anch’essa acquistata da Lauro.

Non era certo il valore venale dell'opera, né tanto meno i suoi notevoli pregi artistici, ad attirare Lauro, bensì una circostanza fortuita che poteva costargli la vita.

La tela in questione era gelosamente conservata a capo del letto matrimoniale, un po' per devozione e un po'( non si sa mai) per protezione...

Erano gli anni della felicità coniugale e Lauro cercava ogni sera, anche se a tarda ora, dopo una giornata di lavoro intensissima, di ritornare al fianco dell'amata mogliettina.

Una sera, non potendo rincasare per improcrastinabili impegni nella capitale, volle farsi raggiungere da Angelina in albergo. Non capitava quasi mai, ma in quella occasione fu irremovibile e diede precise istruzioni al suo fidato autista.

La notte, alle 3 in punto, un tonfo pauroso nella camera da letto della villa di via Crispi fece sobbalzare la servitù, che di corsa si recò a vedere cosa fosse accaduto. Il chiodo che reggeva il celebre quadro aveva ceduto di schianto sotto il peso di un'imponente cornice di varie decine di chili e la Madonnina, tanto osannata, col suo Bambinello e San Francesco, era caduta sul cuscino di Achille, che sarebbe rimasto ucciso sul colpo.

La devozione di Lauro verso la sacra immagine da quel giorno crebbe a dismisura, quasi a generare una sindrome di Stendhal e con lo sguardo verso di essa, implorante, egli, un giorno lontano, avrebbe esalato l'ultimo respiro, sicuro che la protezione della preziosa Madonna sarebbe proseguita anche nell'altro mondo, nel quale, come tutti noi, aveva una gran paura ad entrare.

Per inciso, il dipinto, notificato dallo Stato ed identificato in seguito dagli studiosi come opera di Rutilio Manetti, prestigioso pittore del Seicento senese, ha seguito il triste destino di tutti i beni materiali di don Achille: disperso nella memorabile asta del 1984.

Oggi troneggia in un esclusivo salotto posillipino, molto ammirato ma privo di devozione, proprietà di un disincantato e miscredente professionista napoletano, dai gusti artistici raffinati. E passiamo a trattare ora del capitolo più vergognoso del dopo Lauro, costituito dalla vendita all’asta dei suoi beni materiali, svoltasi nella famosa villa di Via Crispi. La grande vendita, la più importante realizzata a Napoli negli ultimi cinquant'anni, fu organizzata dalla Finarte e dalla Semenzato (FI.SE) che si consorziarono per amministrare il grande incanto.

Quattro sedute (25-26 ottobre 1984), due pomeriggi e due serate furono necessari per battere i quasi mille lotti (962) e la vendita fu preceduta da cinque giorni di libero accesso alla villa per potere esaminare la merce...

Non sembrò vero alla scalcinata borghesia napoletana ed all'aristocrazia decaduta, che lo avevano sempre osteggiato anatemizzandolo e che da Lauro erano state sempre tenute alla larga, potere invadere, novelli sciacalli, vociando il sacro tempio, salire gli scaloni della sua casa, entrare con protervia in ogni angolo, intrufolarsi nelle camere da letto, provare gli effetti intimi del Comandante, anch'essi vergognosamente messi in vendita e descritti sul catalogo (lotti 480-481), dal vecchio frac alla camicia da notte di donna Angelina. E tutti ridevano, schiamazzavano, ricordavano motteggiando episodi della vita del padrone di casa, deridendone i difetti ed oscurandone le virtù, un epicedio in piena regola perpetrato nel disprezzo più assoluto.

Accanto a chi credeva di fare un buon affare, collezionista o antiquario che fosse, sedeva un pubblico ansioso unicamente di assistere in diretta al massacro di un mito.

Gli astanti, quasi mille persone, erano assiepati nei tre piani della villa collegati tra loro da giganteschi schermi, dove il principe dei battitori, Marco Semenzato, con glaciale professionalità, assegnava velocemente i lotti, al suono implacabile e ritmico di un martelletto. Non vi era tempo per riflettere, le offerte si susseguivano con ritmo vertiginoso, era per molti un nuovo gioco, mai praticato prima, ben più emozionante di una rischiosa mano di poker.

Molti erano alla ricerca di un feticcio da poter portare a casa, un oggetto, anche di scarso valore venale, che fosse però appartenuto all'illustre personaggio. Fu perciò grande la delusione quando il secondo lotto, un modestissimo bacile da pediluvio, pomposamente descritto: ovale in rame buccellato con piedi a zampa ferina del XIX sec., partente da una stima di appena diecimila lire, raggiunse in un battibaleno un milione e centomila lire e venne aggiudicato tra le proteste di alcuni che intendevano insistere facendo offerte ancora più sostanziose.

Oltre a centinaia di pezzi di scarso valore, oggetti di uso quotidiano o di arredo delle camere secondarie,vi erano straordinari pezzi di antiquariato come un Olindo e Sofronia di Mattia Preti, esitato per duecento milioni o un procace busto marmoreo, opera di Francesco Jerace, una Victa dal seno prorompente e dall'algida e provocante bellezza, e la Sacra Famiglia, notificata dallo Stato, proveniente dalla collezione Doria-D'Angri, alla quale abbiamo prima accennato.

Gioiello assoluto della vendita era la serie indivisibile dei sei splendidi arazzi prodotti a Beauvais nel 1692 rappresentanti episodi della vita di Luigi XIV, il Re Sole.

Una fortunosa circostanza volle che ad acquistare questo lotto fosse un famoso nefrologo napoletano, desideroso che la sua, la nostra Città, non venisse orbata di una così cospicua gemma da essere invidiata da tanti musei (purtroppo, nel 1998, questo prestigioso lotto è stato posto di nuovo all'incanto a Venezia dalla casa d'aste Semenzato ed aggiudicato ad un ignoto acquirente, dall'accento settentrionale, per la cifra di tre miliardi e mezzo).

Viceversa, traslocò al nord, in casa di un industriale brianzolo, il biliardo sul quale aveva giocato l'ammiraglio Nelson e nella villa romana di un noto attore lo spettacolare secrétaire impiallacciato in piuma di mogano, aggiudicato per sessantasei milioni. 

Pur di potere offrire il the alle amiche nei saloni della sua villa posillipina, nel noto servizio di porcellana dipinta a mano, arricchito dalla descrizione di una complessa storia mitologica sulle tazze e sui piattini, non badò a spese la leggiadra moglie di un famoso ginecologo.

In poche ore un secolo di vita e di rimembranze si dispersero vorticosamente, lasciando la villa, un giorno piena di vita e pulsante di febbrili attività, in un vuoto ed un silenzio spettrale.

Si ricavarono circa due miliardi, ma il sacrificio ed il massacro di tanti ricordi servì a ben poco, una goccia nel mare magnum del fallimento di un colossale impero, la cui distruzione pesa come un macigno sulla coscienza di molti e costituì senza ombra di dubbio il vero motivo della seconda morte di Achille Lauro.

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