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FUORIGROTTA DOPO IL LUTTO DELLA CITTA' DELLA SCIENZA

FUORIGROTTA  DOPO IL LUTTO DELLA CITTA' DELLA SCIENZA - IL CORRIERE BLU

 

La nascita di Fuorigrotta

Fino all’inizio del secolo scorso Fuorigrotta era tutta verde, abitata da famiglie di contadini.

Era un luogo alquanto malfamato, rifugio di latitanti e chi vi accedeva attraverso la Canzanella (l’attuale Via Caravaggio) lo faceva col cuore in gola perchè continue erano le aggressioni alle quali il Fascismo, con le maniere forti, mise fine.

La spiaggia di Coroglio era un paradiso in terra, affacciata su un mare limpidissimo, meta di villeggiatura delle famiglie borghesi, che avevano le loro villette a Bagnoli (inclusi i miei nonni, i quali possedevano un palazzetto in Via Ilioneo, che ancora esiste, trasformato in un condominio di sottoproletari).

Erano ancora lontani i tempi dell’Ilva, che rappresentò a lungo il fiore all’occhiello della siderurgia italiana e collaborò alla formazione di una classe operaia consapevole, per diventare poi Italsider e, crollato il mercato, una roccaforte comunista, che ha divorato migliaia di miliardi allo Stato, ha inquinato il mare e l’ambiente, per trasformarsi infine in quel mostro ecologico inamovibile, per le beghe dei politici, che grida vendetta a Dio, perché preclude ogni progetto di rinascita della città, mentre potrebbe trasformarsi in un grande porto turistico con alle spalle alberghi di lusso e, semmai, anche un casinò che, attirando una ricca clientela internazionale, procurerebbe benessere e posti di lavoro.

Ed arriviamo al fatidico 6 maggio 1936, quando Mussolini, dal balcone-pulpito di Piazza Venezia, ad una folla accorsa ad osannarlo, annuncia trionfante, “Al di là dei Monti, al di là dei Mari, al di là degli Oceani”, la fine della guerra di colonizzazione ed il “ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma”.

Un anno dopo stabilisce la creazione di un grandioso complesso per ospitare ogni tre anni una mostra delle “Terre Italiane d’Oltremare” non a Palermo, non a Bari, non a Genova, bensì a Napoli, centro del Mediterraneo, ed in meno di due anni, lì dove erano vecchi casali agricoli, sorgerà la Mostra D’Oltremare, un polo di grande attrazione turistica e commerciale.

Dopo le triennali di Mussolini vi furono quelle repubblicane. All’architetto Carlo Cocchia fu affidato il compito di dare una nuova identità alla struttura ed il 9 giugno 1952 il presidente Einaudi inaugurò la prima triennale della nuova epoca dedicata al “Lavoro Italiano nel Mondo”.

La Mostra d’Oltremare, uno degli ultimi grandi lavori pubblici della Napoli moderna, rappresentò il canto del cigno dell’imprenditoria artistica meridionale.

Fu l’atto finale del decennio d’oro dell’architettura e dell’urbanistica a Napoli, che vide sorgere gli ospedali collinari “XXIII marzo” ed il sanatorio “Principe di Piemonte” (poi ribattezzati “Cardarelli” e “Monaldi”), il nuovo Rione Carità (con i palazzi delle Poste, delle Finanze, della Provincia, della Questura, del Banco di Napoli), le strade panoramiche di Posillipo, la stazione di Mergellina e la stazione marittima, l’Istituto dei Motori fino ad arrivare al Collegio Ciano, che diverrà la sede della Nato ad Agnano.

La triennale delle Terre d’Oltremare era suddivisa in tre padiglioni indipendenti, ognuno dei quali illustrava le caratteristiche geografiche delle zone conquistate e le opere di valorizzazione industriale messe in atto dall’Italia. Vennero impegnati 120 artisti che realizzarono sculture, mosaici e tappeti di ceramica.

Vi erano anche dei leoni berberi, divisi dai visitatori da un profondo fossato, che dava l’impressione di essere a stretto contatto con quei felini stupendi. Nel padiglione della Libia si gustava un ottimo caffè turco, mentre si poteva ammirare una splendida libica che danzava a seni nudi.

Erano i tempi in cui il pubblico affollava i cinema per godere dei seni di Clara Calamai, che comparivano per cinque secondi.

Che tristezza vedere una superba struttura, adibita negli ultimi anni ad ospitare, al massimo, la “Fiera della Casa”. 

 

Achille della Ragione

 

 

LA VITA INDOMITA DI DONATO BILANCIA, UNO TRA I PIU’ FEROCI SERIAL KILLER

LA  VITA INDOMITA DI DONATO BILANCIA, UNO TRA I PIU’ FEROCI SERIAL KILLER - IL CORRIERE BLU

  

Sette mesi racchiudono la criminalità ed efferatezza di un personaggio che detiene il primato nell’hit parade dei serial killer più pericolosi: Donato Bilancia, condannato alla fine a 13 ergastoli e 28 anni di reclusione.

Il periodo in questione parte dal 16 Ottobre 1997 al 6 Maggio 1998. Donato Bilancia, nasce a Potenza il 10 Luglio del ’51. Nel ’54 la sua famiglia si trasferisce ad Asti e poi a Genova, ove Donato mentre frequenta le elementari inizia a patire il rapporto familiare in lento deterioramento. Il padre spesso picchia lui e il fratello, per delle piccole trasgressioni al volere paterno, e nel contempo inizia a formarsi il suo disagio. Nel momento in cui comparve l’enuresi, consistente nel lasciarsi andare e fare urina nel letto, i genitori reagirono mortificandolo in continuazione, mettendo per esempio il materasso bagnato in bella mostra per farlo vedere ai vicini e mortificare il figliolo. Donato ne resterà traumatizzato, e  nella sua lunga corrispondenza con lo psichiatra Vittorino Andreoli, dopo il suo arresto, scriverà: “ Morivo di vergogna anche perché presso i vicini abitavano due figliole della mia età, e questo era ancora più insopportabile. Mi svegliavo di notte, accorgendomi di aver fatto pipì nel letto, così cercavo di asciugarla con il calore del mio corpo per evitare la successiva esposizione al pubblico “. L’apice avviene in vacanza a Potenza, ove in casa di una sorella del padre, questi gli tira giù le mutande e mostra il suo pene poco sviluppato: nonostante tutto Donato completa gli studi con buoni risultati.

Tutto cambia invece alle medie allorchè i suoi compagni lo volgono verso il furto, già svogliato che era: ciò inizierà a creargli anche una certa ossessione verso il danaro, e in prossimità della terza media inizia a rincasare tardi per mettere in atto la sua adorata attività. Le botte conseguenti in casa non mancarono, ma Donato si chiude in camera per sfuggire al battipanni  e inizia a rubacchiare i genitori per andare a prostitute o giocare a carte. A 14 anni decise addirittura di cambiar nome e iniziò a farsi chiamare Walter. Il liceo nautico non lo soddisfa, così inizia a lavorare facendo vari mestieri, dal meccanico al panettiere.

A 16 anni arrivano i primi guai seri con la giustizia: ruba Alfa Romeo sportive per rivenderne le autoradio; ma essendo minorenne la fece sempre franca. Di esperienza in esperienza però, fatta anche in galera per breve tempo, lo porta ad incrementare le cattive conoscenze: il furto diventa l’anima del suo essere, al punto tale da essere arrestato anche in Francia. Nel 1984 l’incontro con un ladro esperto lo trasforma in professionista del furto, un nuovo Arsenio Lupin, come qualcuno lo chiamerà. Nonostante la passione del gioco, inizia a diventare assai ricco per i proventi dei suoi furti, ma tre disgrazie segneranno ulteriormente la sua psiche fragile: il suicidio del fratello, un incidente mortale ove si salva per miracolo, il fallimento del suo negozio acquistato con i suoi soldi ‘miracolosi’.

La sua reazione è incrementare il suo essere ladro e andare a prostitute, una procedura di cui era cosciente così come del suo innato fallimento: la goccia che fece traboccare il vaso fu comunque il tradimento del suo migliore amico, di nome Maurizio, buttafuori di una bisca, a cui egli aveva devoluto il bene, la fiducia e la generosità sottratta da un affetto fraterno storpiato e sottratto anzitempo, e alla conseguente solitudine di cui egli soffriva. Maurizio lo tradisce ì facendogli perdere molti soldi nella sua bisca: Daniele si sentirà uno stolto, ed inizierà a sentire il bisogno di reagire a tutto nella mania omicida che prima pervade il desiderio,  e poi si fa bisogno incolmabile. Dal 14 Ottobre del ’97 , Bilancia inizia il mestiere di killer per vendetta, che lo porta a compiere 17 omicidi e a conquistare il primato nella classifica dei serial killer nostrani.

La prima vittima è Giorgio Centenaro, legato e imbavagliato alla sedia della casa propria, e alla fine soffocato. Il secondo è Maurizio Parenti, anche lui relegato ad una sedia insieme alla moglie e giustiziati entrambi con la pistola, due colpi a lui e uno a lei, senza contare ovviamente i soldi requisiti dalla casa. Il seme della mania omicida lo prende del tutto, e Donato, e il 27 Ottobre del ’97 segue a casa Bruno Solari e compie l’ennesimo omicidio, come il precedente, moglie e marito avvolti dallo stesso destino, con freddezza e compiacenza finale.

La successiva vittima fu il cambiavalute Luciano Marro, al quale prima gli sottrae 45 milioni delle vecchie lire e poi lo uccide: dopo tre delitti per vendetta e tre per soldi, egli inizierà ad ammazzare perché non ne può fare più a meno, una mania, una passione, una irrefrenabile spinta: ne fanno le spese Giangiorgio Canu guardiano notturno, poi Stella Truja, prostituta prima posseduta e poi assassinata con un colpo di pistola alla nuca.

In due mesi si ritrova ad uccidere altre nove persone: Ludmilla Zubckova prostituta anche lei uccisa con un colpo alla nuca; il cambiavalute Enzo Gorni rapinato e ucciso con freddezza prima di raggiungere il casinò di Sanremo per impiegarne il bottino; i metronotte Candido Randò e Massimo Gualillo raggiunti dai proiettili insieme al viado John Zambiano noto come Juli Castro, che si salverà miracolosamente componendo poi insieme agli inquirenti il primo identikit di Donato: “il killer che terrorizza la Liguria”; quindi la prostituta nigeriana Terry Asodo.

A questo punta incappa per la prima volta in una debolezza che costituirà la testimonianza fondamentale per la sua incriminazione: Luisa Cimminelli prostituta con un bimbo piccola, graziata per essersi commosso con la pistola in mano, innanzi alle lacrime della donna che implorava pietà per lei e il suo figlioletto. Il successivo delitto compiuto sopra un treno con macabra prassi, ai danni di Elisabetta Zoppetti, una persona comune la cui uccisione mise in allarme gravemente l’opinione pubblica perché la prossima vittima poteva essere chiunque.

Merba Valbona, prostituta albanese di 22 anni, è invece l’ennesima passeggiatrice, rigorosamente di nazionalità diversa dalle altre; la calma apparente però che egli si rivolga ad una categoria precisa , crollerà subito dopo con l’assassinio di Maria Angela Rubino, ancora sul treno, e questa volta si masturba anche accanto al cadavere denotando l’isteresi della sua patologia volta alla distruzione morale. Giuseppe Mileto, benzinaio,  sarà la sua ultima vittima, dopo una cena al ristorante non pagata se non successivamente con i soldi rubati alla pompa.

Gli identikit gli saranno fatali, insieme ad alcune tracce documentali nei suoi acquisti di lusso; i Carabinieri avevano finalmente un nome da indagare e  il 6 Maggio Donato viene arrestato, attraverso delle tracce di saliva da un tazza di caffè in un bar che coincidevano  come DNA, con quelle rinvenute sui luoghi del delitto. Bilancia confessò ogni omicidio, anche quelli per cui non era sospettato, come un dolce suicidio, affermando che successivamente si sarebbe dedicato ai conduttori delle bische, e che comunque era contento di essere stato fermato, perché da solo non ci sarebbe riuscito.

Il primo processo si aprì il 13 Maggio del ’99, ma lui volle restare lontano dai riflettori e non si presentò. La difesa si basò sulla sua difficile infanzia, e sulle perdite successive che determinarono la perdita della capacità di intendere e volere, ma la sentenza finale fu nettamente contraria, condannando Bilancia all’ergastolo, con isolamento diurno per tre anni. Attualmente è detenuto nel carcere di Padova, e le condanne sono state confermate nell’appello di primo grado. In carcere ha raccontato tutto al suo psichiatra come se fosse un confessore, che senza pregiudizi ascolta il suo cliente per aiutarlo: nella sua personalità si denotò masochismo, e l’uccidere si trasmutava in un continuo uccidersi, denotando nel contempo il sogno di essere migliore di quello che gli era stato permesso di essere , fin dall’infanzia. 

BRUNO RUSSO

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